Pietro Campanile

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Prefazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio Cesare Giacobbe   

 

trilliPietro Campanile è un genio. Non so se perché è geniale lui o se lo sono tutti i ragazzi della sua età e lui ne è semplicemente un esempio. Prendete il senso dell'umorismo: ne ha più di sua madre, quindi, costituisce un evidente caso di evoluzione biologica (ammesso che il senso dell'umorismo rientri nei caratteri evolutivi). Il problema è che a sentire lui sua madre non ne ha per niente, quindi, potrebbe trattarsi semplicemente di un caso di riappropriamento del normale senso dell'umorismo da parte di un membro della famiglia cha a causa dell'affermazione dei caratteri recessivi (o in seguito alla recessione dell'intera famiglia) l'abbia perduto del tutto. Poi ha un nome che già da solo fa ridere e mi fa venire il sospetto che sia il nipote dell'unico vero umorista che l'Italia abbia avuto. Non ho mai capito perché gli inglesi che non ridono mai hanno avuto umoristi esilaranti come Jerome e Woodhouse e noi italiani che ridiamo sempre (anche quando non dovremmo), tranne appunto Festa Campanile, non ne abbiamo. Forse appunto perché l'umorismo risalta laddove non ce n'è e dove si spreca non si nota neppure. Oppure per reazione o per contrappasso... Chi lo sa! Forse dipende dall'alimentazione (in questo caso, i Masai, che mangiano soltanto sangue e latte mischiati, cosa dovrebbero essere, il popolo più allegro del mondo? E chi l'ha mai visto ridere, un Masai?). Ma già, l'umorismo non c'entra niente, con l'allegria, anzi. L'umorismo Iddish, che costituisce un caso letterario, viene da un popolo che non ha niente da ridere. Chissà? Forse anche Pietro Campanile soffre di persecuzione (o di complesso di persecuzione, che è anche peggio. Se è così, bene. Può passare direttamente al romanzo.  

 Giulio Cesare Giacobbe